La notte di capodanno era immersa nella neve e nel silenzio della montagna. A mezzanotte sono cominciati i botti. Tutta la valle
rieccheggiava di scoppi e il buio si colorava di rosso e di verde... A mio figlio e agli altri bambini piccoli quelli più vicini davano fastidio. S'impaurivano. Mi sono venuti in mente i bambini di Gaza e mi è passata la voglia di festeggiare. I bambini impazziscono di terrore sotto le bombe.
La percentuale di bambini vittime di questa invasione è altissima. E quando si ammazza il futuro di un popolo si deve parlare di genocidio.
La storia dei razzi kassam è solo una scusa ridicola con cui i bugiardi si sciacquano la bocca. Mi sono messo puntigliosamente a fare i conti. Tot morti israeliani e tot palesinesi... a 100 palestinesi contro 1 vittima israeliana ho smesso di perdere tempo a lambiccarmi il cervello.
Chi aggredisce chi?
I razzi kassam sono artigianali e seppure mortali dal punto di vista bellico sono ridicoli rispetto alle armi non convenzionali disinvoltamente usate dall'esercito israeliano. Il fosforo bianco impedisce ogni ulteriore intervento medico... I proiettili all'uranio impoverito dopo aver fatto il loro sporco lavoro continuano a seminare morte...
Chi aggredisce chi?
Gaza in tempo di pace è il buco del culo del mondo. Un luogo dove è quasi impossibile vivere. E' un vero e proprio inferno dove Hamas ha la maggioranza politica. A me non piace e non condivido la sua linea politica e le sue parole d'ordine dalla comoda poltrona del mio comodo studio di una città del nordest italiano. Ma se vivessi a Gaza e dovessi fare i conti quotidianamente con una vita priva di prospettive e il futuro negato del mio bambino forse sarei un militante attivo di quella organizzazione.
Se guardo al passato del popolo palestinese non posso che rabbrividire. Se guardo al futuro, non ne vedo.
Dietro a questa farsa della sicurezza c'è una strategia precisa e cioè di ridurre i palestinesi alla realtà dei nativi americani. Israele non crede e non ha mai creduto nella parola d'ordine: due popoli, due stati. Ne vuole uno solo. Il suo.
Un ebreo colto e saggio come Moni Ovadia sostiene che dietro il conflitto israelo-palestinese oggi ci sia il futuro del controllo delle risorse idriche dell'area. Ne sono certo anch'io. ma questo è il risiko dei potenti. Oggi Gaza è senza acqua e la gente soffre la sete. Una delle prime mosse degli israeliani è stata quella di mettere in crisi i servizi primari e il fatiscente sistema ospedaliero. Eppure loro sono i buoni.
Gaza, per noi, è qualcosa di più di un conflitto di bassa intensità al debutto del 2009: tutto sarà come prima o nulla sarà come prima. Dipende da come intendiamo percepire il nostro agire.
Massimo Carlotto
domenica 11 gennaio 2009
sabato 3 gennaio 2009
Lettera di Mustafa Barghouthi (Parlamentare palestinese, leader del partito di sinistra Mubadara (L'Iniziativa))
Ramallah, 27 dicembre 2008.
Leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete.
E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti?
I bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?
Chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria muore di guerra o di pace?
Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?
E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?
Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.
Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.
E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia.
E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione?
Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?
Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza.
Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita.
Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati?
Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.
So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni.
Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro.
Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?
trad. Francesca Borri
Leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete.
E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti?
I bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?
Chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria muore di guerra o di pace?
Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?
E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?
Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.
Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.
E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia.
E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione?
Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?
Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza.
Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita.
Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati?
Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.
So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni.
Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro.
Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?
trad. Francesca Borri
venerdì 26 dicembre 2008
Un commissario politico a Liberazione?
da Liberazione del 24.12.08. Di Piero Sansonetti
Cari amici e compagni lettori, siamo nei guai. Liberazione è a rischio, è a rischio la sua autonomia, la sua libertà, cioè gli elementi essenziali che garantiscono che un giornale sia un giornale.
Vi riassumo gli avvenimenti delle ultime 24 ore (che hanno provocato lo sciopero dei giornalisti di Liberazione, e oggi hanno prodotto una nota ufficiale, molto molto severa, del sindacato). E’ successo questo: lunedì pomeriggio si è riunita la Direzione del Prc e ha bocciato (a stretta maggioranza) il piano di ristrutturazione e di rilancio del giornale, che era stato varato dal consiglio di amministrazione (e alla cui stesura avevo partecipato). Non è stata presentata nessuna motivazione ragionevole per questa decisione. Bocciato e basta. Il piano, che prevedeva l’annullamento del deficit e dunque un bilancio in pareggio, era stato accolto come base di trattativa dal sindacato dei giornalisti e dal comitato di redazione. Oggi la trattativa si sarebbe dovuta aprire. Ma è saltata. La bocciatura da parte del partito - di per sé - non ha peso giuridico, ma è un siluro politico formidabile, che mette a rischio la sopravvivenza del giornale. Alla bocciatura del piano, la direzione del Prc (sempre a stretta maggioranza) ha fatto seguire altre due decisioni. La prima - gravissima - è quella di chiedere la revoca del consiglio di amministrazione del giornale, con un vero e proprio colpo di mano, forse inedito nella storia dell’editoria italiana del dopoguerra. La seconda è quella di annunciare la probabile vendita del giornale ad un editore privato. Il nome dell’editore doveva restare segreto, ma noi lo abbiamo scoperto: si tratta di Luca Bonaccorsi, una persona che noi conosciamo bene e con il quale abbiamo anche rapporti di simpatia, ma che finora - lo sottolinea la nota dell’Fnsi - come editore non ha dato molte garanzie (e deve affrontare diverse cause di lavoro avviate dai suoi dipendenti o ex dipendenti). Tutto questo è successo lunedì sera. Ieri abbiamo saputo delle cose che hanno ancora accresciuto il nostro allarme, e anche - lo confessiamo - il nostro incredulo stupore. E cioè siamo venuti a sapere che esiste una proposta di accordo, messa nero su bianco dall’editore Bonaccorsi, che la presenta come il riassunto “delle intese intercorse fino ad oggi” con i rappresentanti della proprietà (e dunque del partito).
In queste intese ci sono tre cose, tra le altre, che colpiscono e lasciano interdetti. La prima riguarda l’impegno a difendere “gli attuali livelli occupazionali”, e cioè a “non licenziare”. E’ vero che questo impegno viene assunto solennemente, come effettivamente era stato assicurato lunedì durante la riunione della Direzione, ma con un piccolo codicillo che recita così: “compatibilmente con lo sviluppo della società editrice conseguente al suo rilancio”. Che vuol dire? Che se per caso questo rilancio non ci sarà, come è un po’ più che probabile, l’editore potrà ristrutturare l’azienda come meglio credere e mandare a casa chi pare a lui.
La seconda cosa che colpisce riguarda l’autonomia generale del giornale, dichiarata apertamente un pericolo da abbattere. Dice testualmente l’accordo: “gli obiettivi dell’operazione: …tutela del controllo della linea politica del giornale da parte della segreteria del partito”. Ora, a me hanno detto che esageravo quando paragonavo certe idee sulla libertà dell’informazione alle idee brezneviane. Però dovete ammettere che questo concetto, secondo il quale la segreteria del partito è titolare della linea del giornale, in Occidente non era mai stato dichiarato. Altro che bollettino di partito!
La terza cosa che lascia davvero interdetti è la proposta di doppia direzione. E’ scritto testualmente nell’accordo che ci sarà un direttore responsabile che però non avrà voce sulla linea politica del giornale e addirittura non potrà decidere chi sono gli editorialisti e quali editoriali pubblicare. Ora voi capite che un direttore che non può decidere chi scrive l’editoriale, né può scriverlo lui, più che un direttore è un cretino. Questo mezzo direttore dovrà occuparsi solo della cronaca e della cultura, sempre che i temi culturali non investano scelte di linea politica. Tutto il resto spetterà ad una figura definita “direttore politico editoriale”, designato dal partito e che avrà poteri assoluti. Un vero e proprio commissario politico. Tutto questo, naturalmente, in violazione del contratto nazionale di lavoro. Ma la violazione del contratto di lavoro non è neppure l’aspetto più grave: l’aspetto più grave è la violazione di qualunque idea di libera informazione e di qualunque rispetto per l’autonomia e per i diritti dei giornalisti. E’ la concezione totalitaria, che sembra persino un po’ una farsa, una esagerazione caricaturale di vecchie idee autoritarie degli anni 50.
Diciamo che di positivo, in questo preaccordo, c’è solo una cosa: che è un “preliminare” d’accordo, una specie di compromesso di vendita, ma non è ancora definitivo. Ritengo abbastanza probabile che sia frutto di un equivoco o di qualche problema di “impreparazione” in chi ha trattato l’affare. Francamente sono convinto che Paolo Ferrero non possa far passare una cosa del genere, e per di più farlo furtivamente nei giorni delle vacanze natalizie, e oltretutto attraverso il “putsch” dell’esautoramento del consiglio di amministrazione.
Noi siamo qui per sollecitare un ripensamento, e per ribadire che questa redazione è disponibile ad ogni trattativa per salvare il giornale. Diciamo la verità: non è rimasto più molto a sinistra, non ci sono grandi segnali di vita. Liberazione è uno dei pochi “organismi viventi”. Che senso ha tentare di raderla al suolo? Qual è il motivo vero? Perché è un giornale contrario alle dittature? Perché non ama il muro di Berlino? Perché è troppo amica degli omosessuali e delle femministe? Perché fu troppo libera e critica col governo Prodi? Perché aspira a un nuovo soggetto unitario della sinistra? Perché non ama i riti e le burocrazie di partito? Perché troppe volte antepone il culto della libertà a tutto il resto? O addirittura perché è troppo radicale nelle sue battaglie a difesa degli immigrati, o a difesa dei lavoratori, dei loro diritti, delle lotte della classe operaia?
Non è possibile dare una risposta positiva a nessuna di queste domande. A nessuna. Allora forse c’è ancora il tempo per ricominciare a dialogare. Per cercare una via di salvezza di questo patrimonio, che non appartiene a nessuno, che è di tutta la sinistra e che è una ricchezza, che non può essere dispersa, per il sistema dell’informazione. Cancelliamo quella proposta di accordo e ricominciamo daccapo.
Cari amici e compagni lettori, siamo nei guai. Liberazione è a rischio, è a rischio la sua autonomia, la sua libertà, cioè gli elementi essenziali che garantiscono che un giornale sia un giornale.
Vi riassumo gli avvenimenti delle ultime 24 ore (che hanno provocato lo sciopero dei giornalisti di Liberazione, e oggi hanno prodotto una nota ufficiale, molto molto severa, del sindacato). E’ successo questo: lunedì pomeriggio si è riunita la Direzione del Prc e ha bocciato (a stretta maggioranza) il piano di ristrutturazione e di rilancio del giornale, che era stato varato dal consiglio di amministrazione (e alla cui stesura avevo partecipato). Non è stata presentata nessuna motivazione ragionevole per questa decisione. Bocciato e basta. Il piano, che prevedeva l’annullamento del deficit e dunque un bilancio in pareggio, era stato accolto come base di trattativa dal sindacato dei giornalisti e dal comitato di redazione. Oggi la trattativa si sarebbe dovuta aprire. Ma è saltata. La bocciatura da parte del partito - di per sé - non ha peso giuridico, ma è un siluro politico formidabile, che mette a rischio la sopravvivenza del giornale. Alla bocciatura del piano, la direzione del Prc (sempre a stretta maggioranza) ha fatto seguire altre due decisioni. La prima - gravissima - è quella di chiedere la revoca del consiglio di amministrazione del giornale, con un vero e proprio colpo di mano, forse inedito nella storia dell’editoria italiana del dopoguerra. La seconda è quella di annunciare la probabile vendita del giornale ad un editore privato. Il nome dell’editore doveva restare segreto, ma noi lo abbiamo scoperto: si tratta di Luca Bonaccorsi, una persona che noi conosciamo bene e con il quale abbiamo anche rapporti di simpatia, ma che finora - lo sottolinea la nota dell’Fnsi - come editore non ha dato molte garanzie (e deve affrontare diverse cause di lavoro avviate dai suoi dipendenti o ex dipendenti). Tutto questo è successo lunedì sera. Ieri abbiamo saputo delle cose che hanno ancora accresciuto il nostro allarme, e anche - lo confessiamo - il nostro incredulo stupore. E cioè siamo venuti a sapere che esiste una proposta di accordo, messa nero su bianco dall’editore Bonaccorsi, che la presenta come il riassunto “delle intese intercorse fino ad oggi” con i rappresentanti della proprietà (e dunque del partito).
In queste intese ci sono tre cose, tra le altre, che colpiscono e lasciano interdetti. La prima riguarda l’impegno a difendere “gli attuali livelli occupazionali”, e cioè a “non licenziare”. E’ vero che questo impegno viene assunto solennemente, come effettivamente era stato assicurato lunedì durante la riunione della Direzione, ma con un piccolo codicillo che recita così: “compatibilmente con lo sviluppo della società editrice conseguente al suo rilancio”. Che vuol dire? Che se per caso questo rilancio non ci sarà, come è un po’ più che probabile, l’editore potrà ristrutturare l’azienda come meglio credere e mandare a casa chi pare a lui.
La seconda cosa che colpisce riguarda l’autonomia generale del giornale, dichiarata apertamente un pericolo da abbattere. Dice testualmente l’accordo: “gli obiettivi dell’operazione: …tutela del controllo della linea politica del giornale da parte della segreteria del partito”. Ora, a me hanno detto che esageravo quando paragonavo certe idee sulla libertà dell’informazione alle idee brezneviane. Però dovete ammettere che questo concetto, secondo il quale la segreteria del partito è titolare della linea del giornale, in Occidente non era mai stato dichiarato. Altro che bollettino di partito!
La terza cosa che lascia davvero interdetti è la proposta di doppia direzione. E’ scritto testualmente nell’accordo che ci sarà un direttore responsabile che però non avrà voce sulla linea politica del giornale e addirittura non potrà decidere chi sono gli editorialisti e quali editoriali pubblicare. Ora voi capite che un direttore che non può decidere chi scrive l’editoriale, né può scriverlo lui, più che un direttore è un cretino. Questo mezzo direttore dovrà occuparsi solo della cronaca e della cultura, sempre che i temi culturali non investano scelte di linea politica. Tutto il resto spetterà ad una figura definita “direttore politico editoriale”, designato dal partito e che avrà poteri assoluti. Un vero e proprio commissario politico. Tutto questo, naturalmente, in violazione del contratto nazionale di lavoro. Ma la violazione del contratto di lavoro non è neppure l’aspetto più grave: l’aspetto più grave è la violazione di qualunque idea di libera informazione e di qualunque rispetto per l’autonomia e per i diritti dei giornalisti. E’ la concezione totalitaria, che sembra persino un po’ una farsa, una esagerazione caricaturale di vecchie idee autoritarie degli anni 50.
Diciamo che di positivo, in questo preaccordo, c’è solo una cosa: che è un “preliminare” d’accordo, una specie di compromesso di vendita, ma non è ancora definitivo. Ritengo abbastanza probabile che sia frutto di un equivoco o di qualche problema di “impreparazione” in chi ha trattato l’affare. Francamente sono convinto che Paolo Ferrero non possa far passare una cosa del genere, e per di più farlo furtivamente nei giorni delle vacanze natalizie, e oltretutto attraverso il “putsch” dell’esautoramento del consiglio di amministrazione.
Noi siamo qui per sollecitare un ripensamento, e per ribadire che questa redazione è disponibile ad ogni trattativa per salvare il giornale. Diciamo la verità: non è rimasto più molto a sinistra, non ci sono grandi segnali di vita. Liberazione è uno dei pochi “organismi viventi”. Che senso ha tentare di raderla al suolo? Qual è il motivo vero? Perché è un giornale contrario alle dittature? Perché non ama il muro di Berlino? Perché è troppo amica degli omosessuali e delle femministe? Perché fu troppo libera e critica col governo Prodi? Perché aspira a un nuovo soggetto unitario della sinistra? Perché non ama i riti e le burocrazie di partito? Perché troppe volte antepone il culto della libertà a tutto il resto? O addirittura perché è troppo radicale nelle sue battaglie a difesa degli immigrati, o a difesa dei lavoratori, dei loro diritti, delle lotte della classe operaia?
Non è possibile dare una risposta positiva a nessuna di queste domande. A nessuna. Allora forse c’è ancora il tempo per ricominciare a dialogare. Per cercare una via di salvezza di questo patrimonio, che non appartiene a nessuno, che è di tutta la sinistra e che è una ricchezza, che non può essere dispersa, per il sistema dell’informazione. Cancelliamo quella proposta di accordo e ricominciamo daccapo.
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Rifondazione per la Sinistra
domenica 7 dicembre 2008
13 Dicembre 2008 - Presentazione Associazione Per La Sinistra
Per partecipare all'Assemblea Nazionale del 13 dicembre a Roma stiamo organizzando pullman gratuiti che partiranno da Terni, alle ore 12.00 da Piazzale Bosco (Terminal Bus)
Per inviare le vostre adesioni:
perlasinistratr@gmail.com
Roberta 3929708632
inoltra la mail a chiunque fosse interessato all'argomento.
Sabato 13 dicembre, con inizio alle ore 13.30 e conclusione entro le ore 18, si terrà a Roma presso il teatro Ambra Jovinelli in via Guglielmo Pepe 41 (nei pressi della stazione Termini) l'Assemblea Nazionale di presentazione dell'associazione "Per la Sinistra", uno strumento leggero per tutti coloro che sono interessati a ridare voce, ruolo e progetto alla sinistra, avviando adesioni larghe e plurali, con l'obiettivo di lavorare a un nuovo soggetto politico della sinistra italiana attraverso un processo che deve avere concreti elementi di novità.
Costruire insieme una sinistra che...
..raccolga l'urgenza presente nel nostro Paese e crei e lo spazio
vero, reale, possibile, crescente per suscitare speranza e chiamare
all'impegno politico
...riesca finalmente a mescolare i segni e i semi di più culture
politiche per farne un linguaggio diverso, un diverso sguardo sulle
cose di questo tempo e di questo mondo
...rifiuti il rifugio identitario fine a sé stesso, la fuga dalla
politica, l'affannosa ricerca dei segni del passato come nuovi feticci
da agitare verso il presente
..non sia la sommatoria di ceti politici ma un percorso democratico,
partecipativo, inclusivo in cui ciascuno si assuma una propria
responsabilità
L'assemblea sarà l'occasione per dare avvio ad una ampia consultazione popolare sui tratti distintivi che vogliamo assuma il nuovo soggetto della sinistra. Protagonisti dell'incontro dovranno essere le donne e gli uomini, le associazioni e i movimenti che nel corso di questi mesi si sono misurati in ogni realtà del territorio nazionale con la necessità, dopo la sconfitta dello scorso aprile, di dare una speranza al popolo della sinistra.
Per questo chiediamo alle diverse realtà del paese di sentirsi partecipi dell'assemblea, di portare all'incontro esperienze, percorsi, testimonianze e di prendere la parola per rappresentarle.
IMPEGNAMOCI TUTTI OGGI IN QUESTO CAMMINO. A COSTRUIRLO NEL TEMPO CHE SARA' RICHIESTO. A COMINCIARE DA ORA.
Costruiremo insieme, nel corso dell'assemblea, l'agenda del lavoro nazionale che l'associazione si propone di svolgere già nei giorni successivi e il raccordo necessario con il radicamento da costruire nei territori.
Per inviare le vostre adesioni:
perlasinistratr@gmail.com
Roberta 3929708632
inoltra la mail a chiunque fosse interessato all'argomento.
Sabato 13 dicembre, con inizio alle ore 13.30 e conclusione entro le ore 18, si terrà a Roma presso il teatro Ambra Jovinelli in via Guglielmo Pepe 41 (nei pressi della stazione Termini) l'Assemblea Nazionale di presentazione dell'associazione "Per la Sinistra", uno strumento leggero per tutti coloro che sono interessati a ridare voce, ruolo e progetto alla sinistra, avviando adesioni larghe e plurali, con l'obiettivo di lavorare a un nuovo soggetto politico della sinistra italiana attraverso un processo che deve avere concreti elementi di novità.
Costruire insieme una sinistra che...
..raccolga l'urgenza presente nel nostro Paese e crei e lo spazio
vero, reale, possibile, crescente per suscitare speranza e chiamare
all'impegno politico
...riesca finalmente a mescolare i segni e i semi di più culture
politiche per farne un linguaggio diverso, un diverso sguardo sulle
cose di questo tempo e di questo mondo
...rifiuti il rifugio identitario fine a sé stesso, la fuga dalla
politica, l'affannosa ricerca dei segni del passato come nuovi feticci
da agitare verso il presente
..non sia la sommatoria di ceti politici ma un percorso democratico,
partecipativo, inclusivo in cui ciascuno si assuma una propria
responsabilità
L'assemblea sarà l'occasione per dare avvio ad una ampia consultazione popolare sui tratti distintivi che vogliamo assuma il nuovo soggetto della sinistra. Protagonisti dell'incontro dovranno essere le donne e gli uomini, le associazioni e i movimenti che nel corso di questi mesi si sono misurati in ogni realtà del territorio nazionale con la necessità, dopo la sconfitta dello scorso aprile, di dare una speranza al popolo della sinistra.
Per questo chiediamo alle diverse realtà del paese di sentirsi partecipi dell'assemblea, di portare all'incontro esperienze, percorsi, testimonianze e di prendere la parola per rappresentarle.
IMPEGNAMOCI TUTTI OGGI IN QUESTO CAMMINO. A COSTRUIRLO NEL TEMPO CHE SARA' RICHIESTO. A COMINCIARE DA ORA.
Costruiremo insieme, nel corso dell'assemblea, l'agenda del lavoro nazionale che l'associazione si propone di svolgere già nei giorni successivi e il raccordo necessario con il radicamento da costruire nei territori.
giovedì 20 novembre 2008
martedì 18 novembre 2008
MOZIONE - Dichiarazione di "Territorio Comunale Denuclearizzato"
MOZIONE
Al Sindaco del Comune di Narni
Agli Assessori Competenti
Al Presidente del Consiglio del Comune di Narni
Narni, lì 18/11/08
OGGETTO: DICHIARAZIONE DI “TERRITORIO COMUNALE DENUCLEARIZZATO”.
PREMESSO CHE
- Il governo ha deciso per un ritorno del nucleare nel nostro Paese, con un obiettivo dichiarato di produrre il 25% dell’energia elettrica dall’atomo. Per arrivare a questo obiettivo l’Italia dovrebbe localizzare e costruire sul territorio nazionale 8 reattori.
- Nel Comune di Narni, l’area di Treie risulta essere un sito per una possibile realizzazione di una centrale nucleare.
- Il nucleare non ci farà recuperare i ritardi rispetto alle scadenze internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici: sono necessari almeno 10-15 anni prima della realizzazione di una centrale nucleare e ciò non riuscirebbe a rispettare l’accordo vincolante europeo 20-20-20 (secondo cui entro il 2020 tutti i Paesi membri devono ridurre del 20% le emissioni di CO2 del 1990, aumentare al 20% il contributo delle rinnovabili al fabbisogno energetico, ridurre del 20% i consumi energetici), incorrendo in ulteriori sanzioni da aggiungere a quelle ormai inevitabili per il mancato rispetto del Protocollo di Kyoto (ad aggi ammontano ad oltre 1 miliardo di euro)
RILEVATO CHE
- l’apparente basso costo del KWh nucleare è dovuto esclusivamente all’intervento dello Stato, direttamente o indirettamente, nell’intero ciclo di vita di una centrale dalla costruzione allo smantellamento sino allo smaltimento definitivo delle scorie (47-71 dollari per MWh, escludendo qualsiasi sovvenzione statale all’industria dell’atomo, contro i 35-45 dei cicli combinati a gas naturale secondo l’Università di Chicago);
- non esistono garanzie per l’eliminazione del rischio di incidente nucleare e conseguente contaminazione radioattiva, come dimostra la lunga serie di incidenti avvenuti in Francia nell’estate del 2008;
- è sempre presente una contaminazione “ordinaria” delle centrali nucleari in seguito al rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento dell’impianto a cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive nei pressi;
- Non esistono ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall’attività delle centrali o dal loro decomissioning. (Caso Italia dati APAT: ad oggi devono ancora essere smaltiti 25mila m3 di rifiuti, 250 tonnellate di combustibile irraggiato (pari al 99% della radioattività presente nel nostro Paese),1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria, circa 80-90mila m3 di rifiuti che deriveranno dallo smantellamento delle 4 ex centrali e degli impianti del ciclo del combustibile.);
- le riserve di U235 (l’uranio fissile altamente radioattivo che rappresenta il combustibile dei reattori nucleari), al ritmo di consumo attuale, potranno essere stimate per circa 70 anni, ma se la richiesta crescesse, si potrebbe riproporre una situazione del tutto simile a quella del petrolio;
- i consumi di acqua necessari al funzionamento dei reattori aggraverebbero la già
delicata situazione italiana in quanto in media per un reattore da 1.000 MW servono oltre 2,5 milioni di metri cubi di acqua al giorno. Una quantità rilevante anche per l’Italia, visti anche gli scenari futuri sugli impatti dei cambiamenti climatici che prevedono una consistente riduzione nella disponibilità delle risorse idriche nel nostro Paese.
IL CONSIGLIO COMUNALE DELIBERA:
- di dichiarare il “territorio comunale denuclearizzato”, contrario quindi alla produzione di energia nucleare;
- di vietare su tutto il territorio comunale l’installazione di centrali che sfruttino l’energia atomica;
- di garantire la massima trasparenza e partecipazione nel processo di individuazione di siti di stoccaggio per i rifiuti radioattivi, derivanti anche dal decommissioning delle centrali dismesse dopo il referendum del 1987.
Alfonso Morelli – Capogruppo PRC - SE
Al Sindaco del Comune di Narni
Agli Assessori Competenti
Al Presidente del Consiglio del Comune di Narni
Narni, lì 18/11/08
OGGETTO: DICHIARAZIONE DI “TERRITORIO COMUNALE DENUCLEARIZZATO”.
PREMESSO CHE
- Il governo ha deciso per un ritorno del nucleare nel nostro Paese, con un obiettivo dichiarato di produrre il 25% dell’energia elettrica dall’atomo. Per arrivare a questo obiettivo l’Italia dovrebbe localizzare e costruire sul territorio nazionale 8 reattori.
- Nel Comune di Narni, l’area di Treie risulta essere un sito per una possibile realizzazione di una centrale nucleare.
- Il nucleare non ci farà recuperare i ritardi rispetto alle scadenze internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici: sono necessari almeno 10-15 anni prima della realizzazione di una centrale nucleare e ciò non riuscirebbe a rispettare l’accordo vincolante europeo 20-20-20 (secondo cui entro il 2020 tutti i Paesi membri devono ridurre del 20% le emissioni di CO2 del 1990, aumentare al 20% il contributo delle rinnovabili al fabbisogno energetico, ridurre del 20% i consumi energetici), incorrendo in ulteriori sanzioni da aggiungere a quelle ormai inevitabili per il mancato rispetto del Protocollo di Kyoto (ad aggi ammontano ad oltre 1 miliardo di euro)
RILEVATO CHE
- l’apparente basso costo del KWh nucleare è dovuto esclusivamente all’intervento dello Stato, direttamente o indirettamente, nell’intero ciclo di vita di una centrale dalla costruzione allo smantellamento sino allo smaltimento definitivo delle scorie (47-71 dollari per MWh, escludendo qualsiasi sovvenzione statale all’industria dell’atomo, contro i 35-45 dei cicli combinati a gas naturale secondo l’Università di Chicago);
- non esistono garanzie per l’eliminazione del rischio di incidente nucleare e conseguente contaminazione radioattiva, come dimostra la lunga serie di incidenti avvenuti in Francia nell’estate del 2008;
- è sempre presente una contaminazione “ordinaria” delle centrali nucleari in seguito al rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento dell’impianto a cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive nei pressi;
- Non esistono ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall’attività delle centrali o dal loro decomissioning. (Caso Italia dati APAT: ad oggi devono ancora essere smaltiti 25mila m3 di rifiuti, 250 tonnellate di combustibile irraggiato (pari al 99% della radioattività presente nel nostro Paese),1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria, circa 80-90mila m3 di rifiuti che deriveranno dallo smantellamento delle 4 ex centrali e degli impianti del ciclo del combustibile.);
- le riserve di U235 (l’uranio fissile altamente radioattivo che rappresenta il combustibile dei reattori nucleari), al ritmo di consumo attuale, potranno essere stimate per circa 70 anni, ma se la richiesta crescesse, si potrebbe riproporre una situazione del tutto simile a quella del petrolio;
- i consumi di acqua necessari al funzionamento dei reattori aggraverebbero la già
delicata situazione italiana in quanto in media per un reattore da 1.000 MW servono oltre 2,5 milioni di metri cubi di acqua al giorno. Una quantità rilevante anche per l’Italia, visti anche gli scenari futuri sugli impatti dei cambiamenti climatici che prevedono una consistente riduzione nella disponibilità delle risorse idriche nel nostro Paese.
IL CONSIGLIO COMUNALE DELIBERA:
- di dichiarare il “territorio comunale denuclearizzato”, contrario quindi alla produzione di energia nucleare;
- di vietare su tutto il territorio comunale l’installazione di centrali che sfruttino l’energia atomica;
- di garantire la massima trasparenza e partecipazione nel processo di individuazione di siti di stoccaggio per i rifiuti radioattivi, derivanti anche dal decommissioning delle centrali dismesse dopo il referendum del 1987.
Alfonso Morelli – Capogruppo PRC - SE
giovedì 13 novembre 2008
MOZIONE - Adesione alla Campagna "FIOCCO BIANCO – Uomini, con le donne, contro la violenza verso donne"
MOZIONE
Al Sindaco del Comune di Narni
Agli Assessori Competenti
Al Presidente del Consiglio del Comune di Narni
Narni, lì 13/11/08
OGGETTO: Adesione alla Campagna "FIOCCO BIANCO – Uomini, con le donne, contro la violenza verso donne" .
PREMESSA
Il 25 novembre 2008 sarà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Da diversi anni si svolge in tutta Italia la Campagna del Fiocco Bianco, iniziativa che da spazio e visibilità agli uomini che vogliono impegnarsi contro la violenza alle donne. Una proposta, quindi, che vuole esortare gli uomini a parlare di violenza contro le donne, a prendere le proprie iniziative e a muoversi in maniera attiva.
Per tale motivo si chiede al Consiglio Comunale di Narni di approvare il seguente
ORDINE DEL GIORNO
La violenza domestica è una delle principali cause di morte per le donne prima degli incidenti stradali, del cancro e della guerra.
La campagna del Fiocco Bianco è il più grande sforzo nel mondo di uomini che lavorano per mettere fine alla violenza sulle donne
In molti Paesi dal 25 Novembre (Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne) al 10 Dicembre si svolge il momento centrale della Campagna del Fiocco Bianco.
La Campagna del Fiocco Bianco, nata in Canada nel 1991, rappresenta la più vasta azione al mondo (sono coinvolti circa 50 Paesi) condotta da uomini che operano per porre fine alla violenza degli uomini sulle donne.
Portare un fiocco bianco rappresenta un impegno personale a non commettere mai, né a giustificare o a rimanere in silenzio di fronte ad atti di violenza commessi sulle donne.
Definito questo come principale obiettivo, l'impegno si estende anche ad ogni atto di violenza contro chiunque sia compiuto, in particolare sui bambini.
La Campagna del Fiocco Bianco si attiva a livello locale su iniziativa decentrata di singoli, gruppi, enti, associazioni.
Il Comune di Narni aderisce quindi alla "Campagna del Fiocco Bianco" assumendo le seguenti iniziative:
- invitare tutti i Consiglieri e membri della Giunta ad indossare un Fiocco Bianco durante il periodo di svolgimento della campagna;
- promuovere nel corso dell'anno una campagna di sensibilizzazione e informazione nelle scuole sulla violenza, a partire da un approccio di genere, per evitare il diffondersi di fenomeni sociali di violenza tra ragazzi e ragazze, affidandone il coordinamento all'Assessore alla scuola di concerto con la Commissione Consigliare pertinente;
- promuovere un osservatorio comunale sul maltrattamento alla donna;
- sostenere la Campagna del Fiocco Bianco, atto che permette di diventare Comune Fiocco Bianco con la pubblicazione sul sito ufficiale www.fioccobianco.it
Alfonso Morelli – Capogruppo PRC - SE
Al Sindaco del Comune di Narni
Agli Assessori Competenti
Al Presidente del Consiglio del Comune di Narni
Narni, lì 13/11/08
OGGETTO: Adesione alla Campagna "FIOCCO BIANCO – Uomini, con le donne, contro la violenza verso donne" .
PREMESSA
Il 25 novembre 2008 sarà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Da diversi anni si svolge in tutta Italia la Campagna del Fiocco Bianco, iniziativa che da spazio e visibilità agli uomini che vogliono impegnarsi contro la violenza alle donne. Una proposta, quindi, che vuole esortare gli uomini a parlare di violenza contro le donne, a prendere le proprie iniziative e a muoversi in maniera attiva.
Per tale motivo si chiede al Consiglio Comunale di Narni di approvare il seguente
ORDINE DEL GIORNO
La violenza domestica è una delle principali cause di morte per le donne prima degli incidenti stradali, del cancro e della guerra.
La campagna del Fiocco Bianco è il più grande sforzo nel mondo di uomini che lavorano per mettere fine alla violenza sulle donne
In molti Paesi dal 25 Novembre (Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne) al 10 Dicembre si svolge il momento centrale della Campagna del Fiocco Bianco.
La Campagna del Fiocco Bianco, nata in Canada nel 1991, rappresenta la più vasta azione al mondo (sono coinvolti circa 50 Paesi) condotta da uomini che operano per porre fine alla violenza degli uomini sulle donne.
Portare un fiocco bianco rappresenta un impegno personale a non commettere mai, né a giustificare o a rimanere in silenzio di fronte ad atti di violenza commessi sulle donne.
Definito questo come principale obiettivo, l'impegno si estende anche ad ogni atto di violenza contro chiunque sia compiuto, in particolare sui bambini.
La Campagna del Fiocco Bianco si attiva a livello locale su iniziativa decentrata di singoli, gruppi, enti, associazioni.
Il Comune di Narni aderisce quindi alla "Campagna del Fiocco Bianco" assumendo le seguenti iniziative:
- invitare tutti i Consiglieri e membri della Giunta ad indossare un Fiocco Bianco durante il periodo di svolgimento della campagna;
- promuovere nel corso dell'anno una campagna di sensibilizzazione e informazione nelle scuole sulla violenza, a partire da un approccio di genere, per evitare il diffondersi di fenomeni sociali di violenza tra ragazzi e ragazze, affidandone il coordinamento all'Assessore alla scuola di concerto con la Commissione Consigliare pertinente;
- promuovere un osservatorio comunale sul maltrattamento alla donna;
- sostenere la Campagna del Fiocco Bianco, atto che permette di diventare Comune Fiocco Bianco con la pubblicazione sul sito ufficiale www.fioccobianco.it
Alfonso Morelli – Capogruppo PRC - SE
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